Un’idea del queer

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Il CIRQUE, e il nostro lavoro al suo interno, nasce dalla convinzione che il queer abbia la potenzialità di di ispirare e fondare un programma di ricerca a raggio molto ampio e con notevolissime potenzialità innovative sia sotto il profilo intellettuale che dal punto di vista sociale, etico e politico. Fin dalle prime teorizzazioni, ispirate da un femminismo coraggiosamente antiessenzialista all’inizio degli anni Novanta, l’oggetto proprio del queer è stato individuato nella decostruzione delle identità e nella messa in questione delle rappresentazioni. Per quanto produttiva si sia dimostrata nei passati decenni la relazione tra queer e LGBT, essa non è né necessaria né sostanziale: queste due strategie di critica, infatti, non sono applicabili esclusivamente alle categorie riguardanti il sesso e il genere. Al livello più astratto e al tempo stesso più concreto, esse congiuntamente permettono di interrogare nel modo più radicale le categorie attraverso cui ogni società determina il destino dei suoi membri, e di smantellare il progetto di dominio e di esclusione che in esse è implicito e che si attua per loro tramite.
Nella società occidentale contemporanea al centro di questo progetto non vi sono soltanto le categorie del sesso e del genere. Un vero e proprio ecosistema di marginali, perdenti, spostati si affolla ai confini del nostro campo percettivo e chiede di essere visto, di essere considerato vero, esistente, reale. In alcuni casi questo ci riesce relativamente facile: quelle dei migranti, dei precari, dei disabili sono categorie che possediamo, e a cui siamo abituati ad accordare valore e rispetto. Ma innumerevoli altri esempi sfuggono alla nostra consapevolezza, e di conseguenza alla nostra percezione: il nostro sguardo non arriva a cogliere il collega Asperger, la gattara con le sue ciotole, le innumerevoli configurazioni esistenziali atipiche che accanto a noi si arrabattano per sopravvivere in un mondo che non soltanto non è fatto a loro misura, ma che è organizzato sul presupposto della loro inesistenza.
È infatti importantissimo osservare che il progetto illuminista di estensione universale dei diritti si fonda fin dal suo esordio su un apparato di standardizzazione e omologazione che produce i soggetti come soggetti a cui possono essere riconosciuti dei diritti, e pertanto subordina il godimento di qualsiasi diritto alla disponibilità e alla capacità a presentarsi riconoscibilmente come prodotti di tale apparato (come razionali, come normali, come umani…). E proprio questo apparato rappresenta l’oggetto al tempo stesso più generale e più tangibile di una critica queer veramente radicale.
Nella sfida dell’inclusione non è possibile separare la componente intellettuale da quella politica: soltanto comprendendo qualcuno nei suoi termini è possibile includerlo in qualcosa che per lui non sia una prigione. E sta in questo secondo noi il valore di un ritorno rigoroso e creativo alle radici del queer. In primo luogo a quelle etimologiche: al queer come strano, sghembo, non assimilabile, non comprensibile, alieno rispetto a un contesto uniforme e prevedibile e a qualsiasi tentativo, non importa quanto insidioso o violento, di omologazione. Ma anche e soprattutto a una critica delle categorie e delle loro rappresentazioni che denunci, nei termini più coraggiosi e intransigenti, il ricatto identitario, che liberi i soggetti dalle performances che li costituiscono, e che, come criterio di inclusione, sostituisca finalmente all’uguaglianza le differenze.