{"id":65,"date":"2016-02-13T16:16:46","date_gmt":"2016-02-13T15:16:46","guid":{"rendered":"https:\/\/cirque.unipi.it\/epistemologyofthecloset\/?p=65"},"modified":"2016-02-14T08:49:42","modified_gmt":"2016-02-14T07:49:42","slug":"ce-speranza-per-lideologia-del-gender","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/cirque.unipi.it\/epistemologyofthecloset\/2016\/02\/13\/ce-speranza-per-lideologia-del-gender\/","title":{"rendered":"C\u2019\u00e8 speranza per l\u2019ideologia del gender"},"content":{"rendered":"<p>Il titolo di questo post \u00e8 un tentativo di attualizzare l\u2019operazione politica e semiotica che ha dato origine al termine che fonda l\u2019esistenza del CIRQUE e la nostra collaborazione al suo interno, \u201cqueer\u201d. Oggi \u201cqueer\u201d designa una costellazione di teorie e di pratiche culturali, politiche e artistiche che hanno un posto ormai difficilmente contestabile nel panorama internazionale, non solo all\u2019interno dell\u2019accademia. Ma originariamente \u201cqueer\u201d era un insulto, usato per denigrare le persone che non si conformavano alle identit\u00e0 sessuali o di genere socialmente prescritte; il significato nel quale oggi tutti ci riconosciamo con orgoglio \u00e8 il risultato di un processo di appropriazione che ha avuto come premessa la rivendicazione come aspetto <em>positivo e qualificante<\/em> di caratteristiche che per il discorso e la mentalit\u00e0 comuni erano <em>negative e infamanti<\/em>.<\/p>\n<p>Credo che sia venuto il momento di osare un\u2019operazione analoga per un termine che nel discorso pubblico attuale viene usato con finalit\u00e0 e risultati molto simili: \u201cideologia del gender\u201d.<!--more--><\/p>\n<p>La logica di questa operazione \u00e8 evidente a chiunque abbia una conoscenza anche solo manualistica della teoria queer e degli studi di genere: anche se coloro che hanno coniato il termine non sembrano esserne consapevoli, quella che viene definita \u201cideologia del gender\u201d non ha in realt\u00e0 molto a che fare con i gender studies, ma presenta invece come elementi caratterizzanti (accanto ad alcune diffamazioni grottesche) i contenuti fondamentali del queer.<\/p>\n<p>Questa che segue \u00e8 una lettera aperta a coloro che usano questo termine credendo di insultarci: contiene un\u2019esplicitazione della nostra posizione (1), un tentativo di costruire un modello della loro (2), e un\u2019ipotesi sull\u2019esito prevedibile del conflitto in cui siamo coinvolti (3).<\/p>\n<p>Egrege signore, gentili signori,<\/p>\n<p>1. Su un punto posso senz\u2019altro rassicurarvi. Credetemi, davvero non ci \u00e8 mai passato per la testa di insegnare ai bambini a masturbarsi: da che mondo \u00e8 mondo, i bambini imparano a farlo da soli; anche quelli che, dopo essere stati esposti a un\u2019educastrazione adeguatamente sessuofobica, preferiranno in seguito trascorrere il loro tempo libero in piedi nelle piazze, a manifestare non in difesa dei propri diritti, bens\u00ec contro quelli degli altri. Il resto, in compenso, \u00e8 tutto vero: siamo convinti che il genere, con i suoi attributi e i suoi ruoli, non possegga alcuna consistenza ontologica ma sia socialmente costruito. Siamo perfettamente capaci di assumere posizioni estreme e radicali; questa, per\u00f2, non \u00e8 n\u00e9 radicale n\u00e9 estrema: ci stiamo limitando a citare la Convenzione di Istanbul, articolo 3, comma c.<\/p>\n<p>Tutto il resto segue logicamente: dalla messa in questione dell\u2019eterosessualit\u00e0 obbligatoria (e, se \u00e8 per questo, del concetto stesso di identit\u00e0 sessuale), alla libert\u00e0 di scegliere, definire e ridefinire il proprio genere (o assenza di genere), all\u2019autodeterminazione del sesso, (non necessariamente ancorato agli schemi di una dicotomia biologica). E, a dire la verit\u00e0, ci sarebbe pure dell\u2019altro, che la vostra immaginazione prevedibilmente sessuocentrica potrebbe avere difficolt\u00e0 a concepire: la possibilit\u00e0 di respingere le categorie del sesso, del genere e dell\u2019orientamento sessuale come fattori di autodefinizione, e di scegliere invece di costituirsi come soggetti in relazione ad altri parametri, di rilevanza collettiva \u2013 marxista, animalista, femminista, antirazzista&#8230; \u2013 o di elaborazione individuale (\u201canestesista rianimatore appassionato di beach volley che scrive fantasy\u201d, \u201ccontraltista che fa volontariato ospedaliero pediatrico e scatta foto naturalistiche\u201d): l\u2019unico limite \u00e8 l\u2019immaginazione&#8230;<\/p>\n<p>2. Se provo a chiedermi come mai le possibilit\u00e0 che ho appena delineato evochino in voi una sensazione di cos\u00ec intensa minaccia, l\u2019unica risposta che riesco a darmi senza mettere in dubbio la vostra buona fede \u00e8 la seguente: il sesso, il genere e l\u2019orientamento sessuale condividono con gli altri dispositivi che le societ\u00e0 usano per categorizzare i propri membri (come l\u2019et\u00e0, l\u2019origine etnica, la classe sociale o la professione) una funzione importantissima per garantire la produzione e la comprensione dell\u2019ordine sociale: quella di costituire un <em>criterio di spiegazione<\/em> non modificabile dall\u2019esperienza e invulnerabile alla critica. Queste due caratteristiche fanno di queste categorie sociali uno strumento da un lato socialmente repressivo e politicamente retrivo, e dall\u2019altro straordinariamente efficace e pertanto enormemente rassicurante. Esaminiamo pi\u00f9 da vicino il suo funzionamento.<\/p>\n<p>Come il sociologo statunitense Harvey Sacks ha osservato ormai circa cinquant\u2019anni fa, le categorie utilizzate da una societ\u00e0 per suddividere i suoi membri (tra cui ovviamente hanno un ruolo fondamentale quelle di \u201cmaschio\u201d e di \u201cfemmina\u201d) funzionano in primo luogo come un meccanismo di spiegazione. Le categorie sociali (come ad esempio il sesso) sono infatti organizzate in insiemi che hanno tre caratteristiche:<\/p>\n<p>a) le categorie di ciascuno possono essere usate per classificare <em>tutti<\/em> i membri di una societ\u00e0: prendendo come esempio il sesso, tutti <em>devono<\/em> avere un sesso e soltanto uno, scelto in una gamma predefinita costituita da due sole opzioni rigorosamente determinate (e qui si aprirebbe il capitolo di <a href=\"http:\/\/www.isna.org\/faq\/concealment\">tutto quello che si considera lecito fargli se non ce l\u2019hanno&#8230;<\/a> );<\/p>\n<p>b) le informazioni che una societ\u00e0 crea e fa circolare riguardo ai suoi membri sono collegate a queste categorie; continuando con il nostro esempio, si ritiene comunemente di poter attribuire alle persone di un certo sesso determinate caratteristiche: come tutti sanno, le donne sono irrazionali ed emotive mentre gli uomini sono razionali e hanno difficolt\u00e0 a provare ed esprimere emozioni, e via stereotipando;<\/p>\n<p>c) queste attribuzioni riguardano <em>tutti <\/em>i membri di una certa categoria: \u201cle donne sono fatte cos\u00ec\u201d.<\/p>\n<p>Queste ultime due propriet\u00e0 delle categorie servono a spiegare, almeno in parte, il vero e proprio panico suscitato (ad esempio in voi&#8230;) dai soggetti che, per i pi\u00f9 vari motivi, risultano difficili da collocare all\u2019interno delle categorie stesse, o che rifiutano di essere classificati per loro mezzo: per un individuo, essere non classificabile in base alle categorie sociali vuol dire essere inconoscibile, incomprensibile, inesplicabile; di conseguenza, per la societ\u00e0, accettare che, ad esempio, alcune persone mettano in questione le categorie del sesso o del genere vorrebbe dire rinunciare a una parte dei meccanismi di spiegazione prevalenti e generalmente accettati, e quindi abdicare a una parte del potere di razionalizzazione e di previsione che tiene insieme la societ\u00e0 come struttura cognitiva.<\/p>\n<p>Sacks osserva inoltre che tra le informazioni collegate in maniera necessaria e sostanziale alle categorie c\u2019\u00e8 l\u2019attribuzione a particolari categorie di determinate attivit\u00e0. L\u2019evidente valenza normativa di questa attribuzione esercita un\u2019altrettanto evidente azione coercitiva sui comportamenti e sulle emozioni: se in una societ\u00e0 esiste la categoria \u201cdonna\u201d, e se a questa categoria come attivit\u00e0 che la definiscono vengono attribuite la cura della casa e dei figli, i soggetti che si identificheranno come donne dovranno, per essere considerati, e per considerarsi, esemplari non difettosi o problematici della categoria, occuparsi della casa (il che ha naturalmente come presupposto avere una casa di cui occuparsi) e prendersi cura dei figli (e questo ha come presupposto avere dei figli di cui prendersi cura); e soprattutto, visto che la categoria \u201cdonna\u201d viene definita come una categoria \u201cnaturale\u201d, dovranno <em>desiderare spontaneamente <\/em>di avere una casa e dei figli e di prendersene cura, considerando queste emozioni e questi comportamenti come parte della propria pi\u00f9 profonda natura, senza percepire l\u2019effetto di alcuna coercizione e, idealmente, senza neppure concepire la possibilit\u00e0 di un\u2019alternativa.<\/p>\n<p>Le categorie, e le propriet\u00e0 e le attivit\u00e0 che le definiscono, rappresentano quindi un dispositivo fondamentale nell\u2019impresa, in cui siamo tutti continuamente coinvolti, come singoli individui e come cultura nel suo complesso, di rendere comprensibili, spiegabili e prevedibili gli eventi. Questa loro azione cognitiva ha luogo attraverso il controllo della variabilit\u00e0 degli eventi stessi: se ciascuna categoria socialmente definita compie le azioni che le sono prescritte, e si astiene dal compiere quelle che le sono interdette, il comportamento di ciascun individuo risulter\u00e0 perfettamente prevedibile sulla base della sua appartenenza a una o pi\u00f9 categorie sociali (\u201cle bambine giocano con le bambole, portano vestitini rosa e non capiscono la matematica\u201d); non solo, ma le definizioni associate alla categoria come sue propriet\u00e0 <em>naturali<\/em> forniranno una <em>spiegazione<\/em> universalmente accettata e comprensibile di questi stessi comportamenti (\u201cgioca con le bambole <em>perch\u00e9<\/em> \u00e8 una bambina\u201d, \u201cporta un vestitino rosa <em>perch\u00e9<\/em> \u00e8 una bambina\u201d, \u201cnon capisce la matematica <em>perch\u00e9<\/em> \u00e8 una bambina\u201d).<\/p>\n<p>3. Questo modello ci permette di dare un\u2019interpretazione del significato pi\u00f9 profondo dell\u2019attuale conflitto tra persone che desiderano vedere riconosciuto il proprio diritto ad autodefinirsi, e a non essere discriminate in conseguenza della propria autodefinizione, e persone che, come voi, desiderano invece reprimere la libert\u00e0 di autodefinizione degli altri. La posta in gioco ultima di questo conflitto \u00e8 il <em>controllo sociale<\/em>, vale a dire la limitazione coercitiva della possibilit\u00e0 di autodeterminazione degli individui al fine di conservare l\u2019efficacia delle categorie sociali come strumenti per spiegare, prevedere e controllare i comportamenti.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che, da sempre e in ogni caso, questa efficacia \u00e8 largamente illusoria. Alla luce di quanto abbiamo detto, \u00e8 evidente che il potere esplicativo delle categorie (per cui, se un\u2019attivit\u00e0 attribuita come propria a una categoria viene compiuta da una persona appartenente alla categoria cui essa \u00e8 attribuita, questo fatto viene considerato di per s\u00e9 una spiegazione dell\u2019attivit\u00e0 stessa) rappresenta il meccanismo alla base del funzionamento degli stereotipi discriminatori: ad esempio, considerare il commettere reati come un\u2019attivit\u00e0 legata a particolari categorie esime non soltanto dal chiedersi come mai un singolo individuo appartenente a una categoria discriminata ha commesso quel particolare reato ma, spesso, anche <em>se<\/em> lo abbia effettivamente commesso. Ma quello che non \u00e8 evidente, e che \u00e8 tuttavia fondamentale riconoscere, \u00e8 che le conoscenze codificate e trasmesse attraverso le categorie e le loro caratterizzazioni hanno la propriet\u00e0 di essere, come dice Sacks, \u201cprotette contro l\u2019induzione\u201d. Questo vuol dire che sono in grado di sopravvivere inalterate a un numero non importa quanto alto di eventi non importa quanto salienti che le contraddicono in maniera anche evidente: l\u2019esperienza, per quanto frequente e significativa, non ha il potere di modificarle. Ad esempio, l\u2019esperienza di donne, omosessuali o neri che non corrispondono agli stereotipi sessisti, omofobi o razzisti non ha l\u2019effetto di far cambiare idea al sessista, omofobo o razzista di turno: queste persone vengono semplicemente classificate come \u201ceccezioni che confermano la regola\u201d, dove la regola \u00e8, chiaramente, lo stereotipo, che (a differenza delle persone che serve ad opprimere&#8230;) continua a godere di ottima salute.<\/p>\n<p>Il mio discorso tuttavia non ha come unica finalit\u00e0 la decostruzione critica delle categorie sociali e del loro funzionamento (finalit\u00e0 che, nel caso questo dettaglio vi sia finora sfuggito, costituisce l\u2019attivit\u00e0 definitoria di un\u2019analisi queer). L\u2019obiettivo della mia argomentazione \u00e8 decisamente pi\u00f9 ampio. Per comprenderne la reale portata \u00e8 necessario fare un passo indietro, allargando il campo della nostra visuale da un lato dalle categorie del sesso e del genere alle altre categorie identitarie, e dall\u2019altro dalla situazione attuale alla storia degli ultimi due secoli circa. La sostanziale omologia e contiguit\u00e0 tra le categorie del sesso e del genere e altre categorie dotate delle stesse funzioni esplicative, come la nascita, la professione o l\u2019origine etnica, permette infatti di individuare una continuit\u00e0 di lunga durata tra le attuali lotte per l\u2019affermazione dei diritti all\u2019autodeterminazione legati all\u2019identit\u00e0 e all\u2019orientamento sessuale e altri diritti all\u2019autodeterminazione, che oggi tutti noi consideriamo definitivamente acquisiti e assolutamente indiscutibili, ma che pochi decenni o poche centinaia di anni or sono erano, pi\u00f9 che controversi, inconcepibili. Nell\u2019antico regime era considerato conforme alla volont\u00e0 di Dio che il destino di un essere umano fosse determinato alla nascita dalle condizioni sociali dei genitori; e anche successivamente, il diritto dell\u2019individuo, anche eterosessuale, a determinare liberamente, attraverso la scelta del coniuge, la configurazione dei propri legami familiari \u00e8 stato a lungo tutt\u2019altro che pacifico, cos\u00ec come tutt\u2019altro che scontata \u00e8 stata la libert\u00e0 individuale nella scelta di un\u2019altra categoria rilevante per la determinazione dell\u2019identit\u00e0 sociale, quella della professione. Per tutta la storia conosciuta dell\u2019umanit\u00e0 la funzione regolatoria e predittiva di queste categorie sociali, e il loro ruolo nel mantenimento dell\u2019ordine sociale come struttura di significati prevedibile e comprensibile attraverso il controllo coercitivo delle scelte individuali, sono stati sistematicamente e spietatamente anteposti al diritto dei singoli all\u2019autodeterminazione; se prendiamo come unit\u00e0 di misura la storia della civilt\u00e0 occidentale, \u00e8 solo da pochissimo tempo che questa situazione \u00e8 cambiata. Ma oggi questo risultato \u00e8 a tal punto evidente e incontrovertibile che un ritorno a una situazione in cui, ad esempio, lo status di un individuo nella societ\u00e0 sia determinato una volta per tutte alla nascita da fattori indipendenti dalla sua volont\u00e0, o in cui le famiglie obblighino i figli ad intraprendere un determinato mestiere, o combinino i loro matrimoni, \u00e8 per noi semplicemente inconcepibile.<\/p>\n<p>Il vero obiettivo della lotta portata avanti oggi dai sostenitori dell\u2019ideologia del gender si configura come una semplice operazione logica di generalizzazione: uno sviluppo del tutto prevedibile e coerente di quel percorso di affermazione dei diritti della persona che ha avuto inizio nella nostra cultura con il crollo dell\u2019antico regime; uno sviluppo che passa per l\u2019estensione a tutte le categorie identitarie dello stesso fondamentale diritto degli individui all\u2019autodefinizione che trova espressione nella possibilit\u00e0, che la nostra cultura riconosce oggi a chiunque, di scegliere liberamente il proprio mestiere o di entrare a far parte di una classe sociale diversa da quella dei propri genitori. E che questo diritto di ciascuno ad autodefinirsi e ad autodeterminarsi sia per noi effettivamente indiscutibile e non negoziabile \u00e8 dimostrato dalla profonda perplessit\u00e0 con cui non possiamo fare a meno di considerare i costumi di societ\u00e0 dove invece la determinazione di queste categorie identitarie rimane ancora sottratta al controllo dell\u2019individuo. Il fine che ci proponiamo \u00e8 quello di completare un percorso che ha avuto inizio con l\u2019Illuminismo: l\u2019uscita da uno stato di minorit\u00e0 che non riguarda semplicemente l\u2019esercizio astratto e teorico delle facolt\u00e0 intellettuali bens\u00ec tutte le forme di relazione tra l\u2019individuo e la societ\u00e0.<\/p>\n<p>La storia \u00e8 dalla nostra parte.<\/p>\n<p>Fatevene una ragione.<\/p>\n<p><strong>Carmen Dell\u2019Aversano<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il titolo di questo post \u00e8 un tentativo di attualizzare l\u2019operazione politica e semiotica che ha dato origine al termine che fonda l\u2019esistenza del CIRQUE e la nostra collaborazione al suo interno, \u201cqueer\u201d. 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